Vibe Coding: quando l'AI ti fa sembrare più smart di quello che sei
Il vibe coding ti permette di scrivere codice con l'AI senza essere un programmatore esperto. Ma c'è un prezzo nascosto. Scopri come sfruttarlo senza perdere il controllo.

L'AI non ti ruberà il lavoro. Ma qualcuno che sa fare vibe coding meglio di te, forse sì. E no, non sto scherzando.
Quando ho iniziato a sperimentare con Claude Code per automatizzare alcuni workflow ripetitivi, mi sono reso conto di una cosa: non devo più essere un programmatore eccezionale per ottenere risultati da programmatore eccezionale. Devo solo saper dialogare con l'intelligenza artificiale nel modo giusto. È quello che chi lavora nell'AI chiama "vibe coding": quel momento in cui descrivi cosa vuoi fare, l'AI genera il codice, tu lo ritocchi al volo e... funziona. Sembra quasi troppo facile. Quasi.
Cos'è il Vibe Coding e perché sta cambiando le regole del gioco
Il vibe coding è l'approccio di chi usa l'AI generativa per scrivere codice senza necessariamente padroneggiare ogni linguaggio di programmazione. Descrivi il problema in linguaggio naturale, l'AI ti restituisce una soluzione funzionante, e tu affini il risultato.
Nel mio caso, quando costruisco automazioni con Make o n8n, capita spesso di dover integrare API o scrivere script personalizzati. Prima avrei cercato su Stack Overflow per ore. Oggi? Chiedo a Claude di scrivermi la funzione che mi serve, gli passo il contesto, e in due minuti ho qualcosa che funziona. Non è magia: è semplicemente un nuovo modo di lavorare.
Il punto interessante è questo: il vibe coding abbassa la barriera d'ingresso per chi vuole costruire strumenti digitali, ma alza l'asticella per chi vuole distinguersi. Perché se tutti possono generare codice, vince chi sa cosa chiedere e come integrarlo in un sistema che funziona davvero.
Big Brain Energy: quando l'AI ti fa sembrare un genio
C'è un momento quasi comico in tutto questo. Descrivi un problema complesso, l'AI ti tira fuori una soluzione elegante che include concetti avanzati che non avresti mai pensato di usare, e tu annuisci come se fosse stata idea tua. È quella sensazione di "big brain energy" di cui parla chi fa vibe coding: sembri più intelligente di quello che sei, perché hai accesso a conoscenze e capacità che prima richiedevano anni di studio.
Ho usato questo approccio per costruire agent AI con LangGraph: invece di studiare per settimane la documentazione, ho spiegato a Claude cosa volevo ottenere, mi ha suggerito l'architettura, generato il codice base, e io ho iterato sui dettagli. Risultato? Un workflow funzionante in una frazione del tempo. E il cliente finale? Non sa e non deve sapere che dietro c'è stata una collaborazione serrata con un LLM.
Ma qui si apre una domanda interessante: fino a che punto stiamo usando l'AI, e da che punto in poi è l'AI che sta plasmando il nostro modo di pensare?
Il lato oscuro del Vibe Coding: dipendenza e superficialità
Non tutto è rose e fiori. Il vibe coding ha un rischio nascosto: ti abitui a non capire davvero cosa stai facendo. Copi, incolli, funziona, vai avanti. Finché non funziona più, e lì ti trovi nei guai.
Mi è capitato con un'automazione complessa su Make che integrava OpenRouter: l'AI mi aveva generato uno script che sembrava perfetto, ma quando ho dovuto debuggare un errore di autenticazione, mi sono reso conto di non avere idea di come funzionasse davvero quella parte del codice. Ho dovuto fermarmi, studiare la documentazione, capire il flusso. Lezione imparata: il vibe coding accelera, ma non ti esenta dal comprendere i fondamentali.
Un altro rischio? La standardizzazione. Se tutti usano gli stessi prompt e gli stessi LLM, finiamo per produrre soluzioni simili. La vera differenza la fa chi sa dove intervenire, cosa personalizzare, quali dettagli contano per quel progetto specifico.
Come sfruttare il Vibe Coding senza perdere il controllo
Il mio approccio oggi è questo: uso l'AI per velocizzare, ma pretendo di capire almeno il 70% di quello che sto implementando. Ecco come lo faccio:
- Parto sempre con un brief chiaro: cosa deve fare il codice, quali vincoli deve rispettare, quali errori deve gestire
- Chiedo all'AI di commentare il codice generato, spiegando ogni blocco
- Testo sempre in un ambiente isolato prima di mettere in produzione
- Quando qualcosa non torna, non chiedo subito all'AI di fixare: cerco prima di capire il problema da solo
Questo equilibrio tra velocità e comprensione è ciò che fa la differenza tra un professionista che usa l'AI e un dilettante che la subisce.
Il vibe coding funziona meglio quando hai già una base solida: sai riconoscere un codice scritto male, capisci quando l'AI sta facendo assunzioni sbagliate, hai esperienza sufficiente per integrare il pezzo generato nel contesto più ampio del progetto.
Dove sta andando tutto questo
Tra qualche anno, il vibe coding sarà probabilmente la norma, non l'eccezione. Stiamo assistendo a un cambio di paradigma: il valore non sta più nel saper scrivere ogni riga di codice a mano, ma nel saper orchestrare strumenti intelligenti per risolvere problemi complessi.
Quello che mi affascina (e un po' mi inquieta) è quanto velocemente stiamo delegando competenze che fino a ieri consideravamo fondamentali. E la domanda resta aperta: stiamo usando l'AI per amplificare le nostre capacità, o ci stiamo lentamente adattando a un mondo in cui le nostre capacità contano sempre meno?
Se stai iniziando a esplorare il vibe coding, il mio consiglio è di partire da progetti piccoli e concreti: un'automazione semplice, uno script per risparmiare tempo su un task ripetitivo, un'integrazione API. Impara a conversare con l'AI, ma non smettere mai di mettere in discussione quello che ti restituisce. Il "big brain energy" funziona solo se dietro c'è ancora un cervello che pensa.